silenzio di tromba

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"You may say I'm dreamer but I'm not the only one" (J. Lennon)

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Senza titolo IV – Politico assasinio

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Utilizzando alcune delle pagine de "La Repubblica", riguardanti il sequestro Moro, l’opera non commenta; non prova a dare risposte a interrogativi da anni irrisolti. Tenta solo di “interrompere la notizia” per meglio analizzarla, di non lasciare che questa venga subito sostituita da nuove anestetiche informazioni.

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senza titolo V – 11-09-2001

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L'immagine è quella più nota delle Torri Gemelle in fumo, subito dopo l'attacco terroristico. I due squarci sulla tela prendono il posto delle torri, ormai destinate a cadere. “vorrei non aver mai fatto quest’opera, vorrei non dover mai più raccontare l’orrore umano”.

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senza titolo IV we get poorer cause Gates get richer

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“Diventiamo più poveri mentre Gates si arricchisce!”

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senza titolo III – Occhio del mondo

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“… spogliarsi appieno per un certo tempo della propria personalità per rimanere alcun tempo qual puro soggetto conoscente, chiaro occhio del mondo.” A. Schopenhauer

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senza titolo II

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La materia è memoria (Bergson). Ma nell’epoca della globalizzazione tutto corre veloce, non c’è spazio per la memoria: anche l’odio, la violenza, il pregiudizio (la storia) sono soggetti all’omologazione che trasforma tutto in “notizia”, in obsolescenza. L’opera riflette sull’alienante condizione di ostaggio. “L’ ostaggio è lo stato della non-libertà che consiste, più ancora che nella privazione, nell’offesa della libertà. È più che la negazione individuale, che crea lo schiavo: l’ostaggio è la negazione della libertà universale…” G.C.Argan

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senza titolo I – La morte dell’arte

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La superficie della tela sembra nascondere al suo interno un ininterrotto fluido energetico, una propria linfa vitale, che viene liberata quando la tensione risultante eccede la capacità del materiale di sopportarla. Movimenti improvvisi e rapidi come rasoiate squarciano la tela, liberando l’energia sottostante: circuiti elettrici blanditi da pennellate materiche. L’artista tenta invano di ricucire le ferite, di limitare i danni, ma ormai l’arte è già morta. Un energia improvvisa come un terremoto, sembra aver spazzato via dalla tela forme e colori. Non c’è spazio per il bello al passaggio del sublime.

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processi complessi dello stato emotivo

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La tela diventa il luogo preposto a catturare i processi complessi del mio stato emotivo. Le immagini del tempo affollano la mia mente. Qualcuna di queste finisce per rimanere impigliata nel quadro. È il risultato di un esercizio: l’abbandono, senza reagire, al flusso di figure, gesti e azioni che scorrono nella mia mente.

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Vir Napule e po..

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L’opera rappresenta l’immagine deformata e deformante di una Napoli che, lontana dallo stereotipo della veduta “da cartolina”, s’impone allo sguardo dello spettatore come linee essenziali che sembrano “fare il verso” proprio all’immagine più tipica della città. La linea è segno che denota un sentiero, una via da seguire, un luogo da raggiungere, o dal quale fuggire. Principio, partenza, viaggio, arrivo, diventano linee che tracciano i contorni, mai precisi, di questa città che è al tempo stesso contenuto e contenitore delle istanze più profonde di approdo ed abbandono. Su questa grottesca “cartolina”, il cratere del Vesuvio diventa un taglio, uno squarcio dal quale fuoriescono anestetizzati microchip, che sembra smascherare la natura “romantica”, patetica di una Napoli che non è. Allora l’immagine della bella Napoli diviene il “tessuto d’inganno” dal quale l’atto sublime dell’artista sembra strapparci, per rivelarci il senso della vera essenza di questa città. Il tumulto d’emozioni contrastanti che crea: l’esigenza atavica di fuggire; la disperazione latente dell’abbandono. L’estremo gesto di ricucire quel “cratere” rappresenta proprio non voler rompere quel cordone ombelicale con Napoli e la napoletaneità; non riuscire a separarsi dalla propria “casa”, nonostante questa sia sempre più stretta e “fatiscente”. Dopo tutto, non si è sempre detto: “Vir Napule e po…”

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O’fùnneco niro

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Il termine fùnneco nasce per indicare luoghi adibiti al commercio. Nel 1886 Salvatore Di Giacomo intitola una sua raccolta di poesie ‘O funneco verde, dove descrive i fondachi, come zone di estremo degrado abitate dal popolo: “Nun è nu vico. È na scarrafunera.” L’intento dell’opera è quello di riscattare-riciclare il rifiuto “elevandolo” ad una destinazione più dignitosa, dimostrando quanto (aldilà dei proclami della nuova propaganda) i rifiuti sono ancora elementi imprescindibili del nostro panorama urbano.

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