Vir Napule e po..

L’opera rappresenta l’immagine deformata e deformante di una Napoli che, lontana dallo stereotipo della veduta “da cartolina”, s’impone allo sguardo dello spettatore come linee essenziali che sembrano “fare il verso” proprio all’immagine più tipica della città. La linea è segno che denota un sentiero, una via da seguire, un luogo da raggiungere, o dal quale fuggire. Principio, partenza, viaggio, arrivo, diventano linee che tracciano i contorni, mai precisi, di questa città che è al tempo stesso contenuto e contenitore delle istanze più profonde di approdo ed abbandono. Su questa grottesca “cartolina”, il cratere del Vesuvio diventa un taglio, uno squarcio dal quale fuoriescono anestetizzati microchip, che sembra smascherare la natura “romantica”, patetica di una Napoli che non è.

Allora l’immagine della bella Napoli diviene il “tessuto d’inganno” dal quale l’atto sublime dell’artista sembra strapparci, per rivelarci il senso della vera essenza di questa città. Il tumulto d’emozioni contrastanti che crea: l’esigenza atavica di fuggire; la disperazione latente dell’abbandono.

L’estremo gesto di ricucire quel “cratere” rappresenta proprio non voler rompere quel cordone ombelicale con Napoli e la napoletaneità; non riuscire a separarsi dalla propria “casa”, nonostante questa sia sempre più stretta e “fatiscente”. Dopo tutto, non si è sempre detto: “Vir Napule e po…”

 

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Categories

Squarci meccanici

Date

febbraio 20, 2017 5:58 pm

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